Nel cuore del Trecento, ben prima che la terribile Peste Nera del 1348 ridisegnasse i confini demografici d’Europa, l’Italia centrale venne travolta da una crisi altrettanto spietata: la grande carestia del 1328-1330. Tra le città più colpite ci fu la Repubblica di Siena che, di fronte allo spettro della fame generalizzata, prese una delle decisioni più drammatiche e controverse della sua storia medievale.Il vicolo cieco del Medioevo: troppe bocche, troppa pioggia
All’inizio del XIV secolo, Siena viveva l’apogeo del suo splendore architettonico e politico sotto il Governo dei Nove. Tuttavia, il sistema agricolo era giunto al punto di rottura. La popolazione era cresciuta a ritmi vertiginosi, saturando le campagne.
Tra il 1328 e il 1330, il fattore climatico diede il colpo di grazia: piogge incessanti e anomalie meteorologiche distrussero i raccolti per più stagioni consecutive. I granai si svuotarono, il prezzo del frumento schizzò a cifre astronomiche e il pane divenne un lusso riservato a pochissimi. Le campagne, ridotte alla fame, si riversarono in massa verso la città sperando in un aiuto che non sarebbe mai arrivato.
La scelta spietata: l’espulsione dalle mura
Con le scorte comunali ridotte al lumicino e la paura di una rivolta interna, le autorità senesi scelsero la linea della massima durezza. Per preservare le poche risorse rimaste a favore dei cittadini abbienti e dei residenti, il Comune decretò l’espulsione forzata di tutti i poveri, i mendicanti e i forestieri non censiti.
Migliaia di disperati, indeboliti dai morsi della fame, vennero letteralmente cacciati fuori dalle porte della città. Fu un esodo tragico: intere famiglie si misero in marcia lungo la via Francigena e le strade della Toscana in cerca di salvezza.
Il contrasto con Firenze e la memoria del “Biadaiolo”
Molti di questi profughi presero la via del Nord, dirigendosi verso la storica rivale: Firenze. In questo frangente, la reazione delle due città non avrebbe potuto essere più diversa. Mentre Siena sbarrava le porte, il governo fiorentino decise di accogliere la massa di disperati, organizzando distribuzioni pubbliche di grano per evitare che morissero di stenti sotto le mura.
Questo drammatico spaccato di storia trecentesca non è giunto a noi solo tramite freddi documenti d’archivio, ma vive ancora oggi grazie a una straordinaria testimonianza dell’epoca: lo Specchio Umano (noto come Codice del Biadaiolo), scritto dal mercante di grano fiorentino Domenico Lenzi. Nelle splendide miniature del codice è nitidamente impresso il contrasto morale di quei mesi: da un lato, i soldati senesi che respingono i poveri a colpi di bastone; dall’altro, i magistrati fiorentini che distribuiscono sacchi di cereali alla folla affamata.