
Dinamiche di controllo territoriale e repressione del dissenso nel Regno di Napoli nel XVII secolo
Il presente saggio si propone di delineare un’analisi critica e documentale delle dinamiche di controllo territoriale e repressione del dissenso nel Regno di Napoli durante il XVII secolo, con particolare riferimento all’ultimo quarto del Seicento. Attraverso lo studio delle fonti, la figura del ribelle Giuseppe Falcione viene analizzata nella sua interazione con le strutture di potere feudale e vicereale rappresentate da Carlo de Petra e dal Marchese de los Vélez.
Il Contesto delle Rivolte nel Viceregno: Una Crisi Sistemica
Durante il XVII secolo, il Regno di Napoli e la Sicilia furono attraversati da una serie di violente rivolte contro il dominio spagnolo. Questi moti non furono episodi isolati, ma risposte a una crisi sistemica della Monarchia asburgica, che vedeva nei suoi domini italiani i principali contribuenti fiscali per finanziare le guerre europee. In questo scenario di “anarchia istituzionale”, la pressione fiscale insostenibile e le ricorrenti carestie innescarono un diffuso malcontento verso l’amministrazione dei Viceré.
L’idra della rivolta: Napoli e Messina
La storiografia contemporanea evidenzia come le città siano state i cuori pulsanti del dissenso urbano:
* I precedenti (1585): L’uccisione dell’eletto Giovan Vincenzo Starace, trucidato dalla folla inferocita per la scarsa qualità del pane dovuta alle esportazioni di grano verso la Spagna, aveva già mostrato la ferocia della piazza contro il malgoverno spagnolo.
* La rivolta di Masaniello (1647-1648): Rappresentò il vero punto di rottura. Scoppiata inizialmente a Napoli contro la gabella sulla frutta, l’insurrezione portò all’assalto di carceri cittadine come quelle di San Giacomo e dell’arte della Lana per liberare i prigionieri. Dopo la fase popolare, il moto si trasformò in un conflitto aperto con la Corona, portando alla proclamazione della Repubblica Napoletana.
* La risposta vicereale: La repressione fue spietata. Il viceré Conte d’Oñate, riconquistata la città nell’aprile del 1648, fece giustiziare i leader ribelli (tra cui Gennaro Annese) e ordinò indagini massicce contro nobili e popolari sospettati di intelligenza con la Francia.
* Il fronte siciliano: Nello stesso periodo, anche Messina e altre città siciliane sperimentarono tensioni simili, alimentate dal costante timore che i nemici della Corona potessero usare le insurrezioni interne per destabilizzare il dominio asburgico nel Mediterraneo.
L’impatto devastante della peste del 1656
A esacerbare la crisi sistemica del viceregno si abbatté la catastrofica epidemia di peste del 1656, che decimò la popolazione del Regno di Napoli, uccidendo fino alla metà degli abitanti della capitale e intere percentuali di popolazione nelle province. Questo disastro sanitario si tradusse immediatamente in un collasso economico e sociale dalle conseguenze di lungo periodo.
* Collasso demografico e produttivo: La morte di artigiani, contadini e braccianti desertificò le campagne e paralizzò i commerci, riducendo drasticamente la produzione agricola e rendendo ancora più severe le carestie.
* Asfissia fiscale e aumento della pressione: Nonostante lo spopolamento, le richieste finanziarie della Corona spagnola non diminuirono. I viceré scaricarono il medesimo carico fiscale su una popolazione superstite e stremata, rendendo le gabelle del tutto insostenibili.
* Sgretolamento del controllo territoriale: La morte di numerosi funzionari pubblici e delle guardie preposte all’ordine pubblico lasciò ampie zone del viceregno, specie quelle periferiche, in un totale vuoto di potere. Questo indebolimento istituzionale offrì un terreno fertile per l’esplosione della criminalità e del ribellismo nei decenni successivi.
Il Molise e la “Montagna di Frontiera”
Nelle province montane, la storiografia ha ampiamente superato la visione del banditismo seicentesco come mera fenomenologia criminale. Nel Contado di Molise, la rivolta assunse i caratteri di un ribellismo agreste endemico (“banditismo sociale” di Hobsbawm), alimentato anche dalle macerie sociali ed economiche lasciate dalla peste.
In queste aree, definite “montagna di frontiera”, l’orografia impervia e la contiguità con lo Stato Pontificio offrivano rifugio e impunità ai fuorilegge. I ribelli venivano spesso percepiti dalla popolazione rurale come eroi dell’opposizione all’oppressione feudale e al fiscalismo vicereale, tanto da essere celebrati in canzoni e poesie locali.
L’azione repressiva del Marchese de los Vélez (1675–1683)
Il mandato di Fernando Joaquín Fajardo, VI Marchese de los Vélez, si distinse per una spietata campagna di pacificazione condotta tra il 1675 e il 1682 nel Contado di Molise e in Abruzzo. Il governo vicereale percepiva le bande non solo come un problema di ordine pubblico, ma come una minaccia alla sicurezza dello Stato, temendo che potessero essere strumentalizzate dalla Francia di Luigi XIV per destabilizzare un dominio asburgico già indebolito dalle crisi precedenti.
* Campagna Militare: Il viceré mobilitò compagnie militari regolari, equipaggiate con artiglieria , inviate per sradicare le basi logistiche dei ribelli e “ripulire” le regioni dai fuorilegge.
* Intelligence: Per contrastare le trame internazionali, istituì la Giunta degli Inconfidenti, un organismo volto a raccogliere informazioni e recidere i legami tra i capibanda e gli agenti francesi operanti a Roma e nelle province.
* Impegno Finanziario: L’impegno economico richiesto da tali operazioni fu così gravoso da costringere il viceré a impegnare parte del proprio patrimonio e dei beni personali per coprire le spese militari del viceregno.
Giuseppe Falcione e la Banda di Caccavone
La storia di Giuseppe Falcione è un episodio emblematico di questa repressione tardo-seicentesca, riscoperta grazie al ritrovamento della pagina 410 del Reassunto de’ servitii di Domenico Colonna (1682). Falcione operava nella Terra di Caccavone (l’odierna Poggio Sannita) insieme a Francesco d’Antonuccio e altri sei compaesani.
* Status Giuridico: Nei documenti ufficiali, Falcione e d’Antonuccio sono classificati come “Banniti Giustitiati” (banditi giustiziati). La storiografia sottolinea però come queste figure fossero espressione della resistenza rurale contro i soprusi dei dominatori e dei loro alleati locali.
* Esecuzione Pubblica: La cattura e la successiva esecuzione avvennero nel settennato compreso tra il 1675 e il 1682. La loro fine servì da monito pubblico: i capi venivano messi a morte tramite forca o decapitazione, e le loro teste esposte o inviate a Napoli come prova per riscuotere le taglie e stroncare la leadership.
* Sradicamento della Rete: Mentre i capi morivano, la base logistica veniva smantellata. I sei seguaci di Caccavone (tra cui membri delle famiglie Palumbo e Mancini) furono condannati alla galera come rematori forzati, trasformando i ribelli in una risorsa logistica preziosa per la flotta del Re di Spagna, perennemente a corto di uomini anche a causa dei passati vuoti demografici della peste.
Carlo de Petra: La Legge e il Feudo
La vicenda della Banda di Caccavone si intreccia strettamente con l’autorità giuridica di Carlo de Petra (nato a Vastogirardi il 24 novembre 1629 circa e morto nel 1702). Petra rappresentava l’apice dell’ordine istituzionale e vicereale nella zona, godendo di una doppia autorità: era contemporaneamente titolare del feudo di Caccavone e illustre Giudice della Gran Corte della Vicaria a Napoli.
* Il Ruolo Legale: Celebre autore dei Commentarii sopra i Riti della Gran Corte della Vicaria, Petra definì le procedure legali della stessa corte che, con ogni probabilità, emise la condanna a morte contro la banda di Falcione.
* Dinamica di Potere: Il fatto che una banda di fuorilegge operasse proprio nelle sue terre d’origine costituiva una sfida diretta alla sua duplice autorità di magistrato e di signore, in un’epoca in cui i feudatari cercavano di riaffermare con la forza il controllo sulle popolazioni rurali sopravvissute alle crisi di metà secolo. Gli studiosi ipotizzano un coordinamento diretto e sistematico tra la sua giurisdizione baronale locale e la giustizia regia centrale per eliminare la resistenza rurale.
Un’eredità di resistenza
In sintesi, i documenti descrivono Falcione come il braccio armato di una resistenza rurale che si scontrava con la ferrea volontà politica di Fajardo de los Vélez e l’impalcatura giuridica di Carlo Petra. In quest’epoca, il confine tra criminalità e rivolta patriottica era estremamente sottile.
Le rivolte, la peste e il banditismo del XVII secolo nel Mezzogiorno non furono semplici fenomeni isolati, ma i sintomi di una società che, pur piegata da catastrofi sanitarie e storiche, trovava nella ribellione armata l’unica via d’uscita dall’oppressione. Questo filo rosso di reazione e disperazione si sarebbe poi ripresentato, con modalità differenti ma con la stessa intensità, durante i moti del XIX secolo, confermando la persistente instabilità sociale e la memoria storica di lungo periodo del territorio.
fonti :
– Volume originale del 1682 intitolato Reassunto de’ servitii ottenuti nel felicissimo Governo dell’Eccellentissimo Signor Marchese de los Vélez
– Il viceré tra nobili e banditi. 16_Mrozek_Eliszezynski_205-230.pdf: Analisi delle relazioni e dei conflitti tra l’autorità del Viceré, la nobiltà locale (“protectores”) e le bande armate
– «Effemeridi» di Alfonso Perrella. Parte II (XVI sec.).pdf: Raccolta di memorie storiche e cronache sulla città di Isernia e il Molise
– D’Ascenzo documento bibliografico con riferimenti a cronache seicentesche dei banditi in Abruzzo e nelle regioni limitrofe
- Domenico Colonna, Reassunto de’ servitii ottenuti nel felicissimo Governo del Marchese de los Velez… dal 1675 per tutto oggi Decembre 1682, Napoli, Fasulo, 1682
- Domenico Colonna, Compendio de’ servitii ottenuti nel felicissimo Governo dell’Eccellentissimo Signor Marchese del Carpio… dal 12 Gennaro 1683, Napoli, Fusco, 1687
- Domenico Confuorto, Giornali di Napoli dal 1679 al 1699, a cura di N. Nicolini, Napoli, 1930
- Innocenzo Fuidoro, Giornali di Napoli dal MDCLX al MDCLXXX
- Antonio Bulifon, Compendio delle vite dei re di Napoli (1688) e Giornali di Napoli dal MDXLVII al MDCCVI
- Carlo Petra, Commentarii sopra i Riti della Gran Corte della Vicaria
- Stefano Borgia, Memorie istoriche della pontificia citta di Benevento dal secolo VIII al secolo XVIII (1763-1769)
- Francesco Gaudioso, Il potere di punire e perdonare. Banditismo e politiche criminali nel Regno di Napoli in età moderna, Galatina, Congedo, 2006
- Annalisa D’Ascenzo, I banditi della «Montagna di frontiera» alla fine del XVII secolo, in Atti del Convegno La Liguria, dal mondo mediterraneo ai nuovi mondi, Roma, CISGE, 2006
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- Raffaele Colapietra, L’Ercole glorioso: realtà socio-ambientale e costruzione letteraria nel grande banditismo abruzzese del secondo Seicento
- Alfonso Perrella, Effemeridi della provincia di Molise (1890) e L’anno 1799 nella Provincia di Campobasso
- Giambattista Masciotta, Il Molise dalle origini ai giorni nostri
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